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A Monfalcone nessun futuro per il carbone

Legambiente scrive alla Presidente della Giunta regionale, Debora Serracchiani ed all’Assessore all’Energia, Sara Vito, per sollecitare un impegno più deciso nell’affrontare la delicata questione della centrale a carbone di Monfalcone.

L’associazione è convinta che la Regione debba assumere un ruolo più forte nell’indirizzare la politica energetica in Friuli Venezia Giulia e, nello specifico, intervenire nell’ipotizzata reiterazione dell’alimentazione a carbone della centrale.
Secondo Legambiente, l’impianto attuale, che dopo la recente dismissione dei due gruppi ad olio combustibile consta di due gruppi alimentati a carbone che risalgono rispettivamente al 1965 ed al 1970!!!, deve avviarsi senza rimpianti verso la fine della sua carriera.

L’Italia, si prosegue, dispone di una potenza elettrica installata (circa 120.000 MW) che è ben oltre il doppio della richiesta attuale di energia (inferiore a 50.000 MW). In questo scenario, ribadisce l’associazione, non c’è alcuna necessità di incrementare gli impianti di produzione di energia elettrica in Italia, né tantomeno di continuare ad investire sulle fonti fossili.
Se si pensa che nei primi dieci mesi del 2013 le energie rinnovabili hanno soddisfatto il 34,2% della domanda di elettricità (e il fotovoltaico, pur molto ostacolato, il 7,6%), diventa subito evidente da che parte bisogna indirizzare gli investimenti nel settore della produzione di energia.
I vertici della Regione sono invitati ad ipotizzare da subito una road map per giungere ad interrompere definitivamente l’attività di produzione di energia con il carbone nella centrale di Monfalcone entro il 2017, periodo nel quale scadrà l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
Si ritiene che ci siano così i tempi necessari per affrontare la questione nel modo più opportuno, allo scopo di evitare che un evidente problema ambientale e per la salute dei cittadini non sia sostituito da un problema sociale legato all’occupazione e al possibile abbandono dell’area, se questa non sarà oggetto di un adeguato e concreto piano di riconversione.
Per favorire un dibattito in questo senso, Legambiente suggerisce anche alla Presidente della Giunta e all’Assessore all’Energia la proposta alternativa all’impianto attuale, già presentata in numerose occasioni negli scorsi mesi:
Smantellamento dei due gruppi ad olio combustibile e delle relative cisterne non più utilizzate
Bonifica dell’area e creazione di spazi per l’attività del Porto
Realizzazione di un parco Fotovoltaico di 2-3 MW negli spazi liberati dalle infrastrutture del T.E.
Realizzazione di un piccolo gruppo alimentato a gas (100 MW), con allacciamento al gasdotto situato ad un km dalla centrale, per dare continuità alla produzione di energia (notte, momenti di scarsa efficienza della immissione in rete dell’energia da FV)
Creazione di sinergie tra le istituzioni del territorio e coinvolgendo A2A, per favorire l’insediamento di realtà produttive innovative. Un esempio può essere la Archimede Solar Energy, azienda del Gruppo Angelantoni che opera nel settore delle Energie Rinnovabili in Provincia di Perugia che produce Tubi Ricevitori per centrali solari termodinamiche (progetto Rubbia) ed elementi per Solare a concentrazione. In sostanza, l’area potrebbe diventare un polo tecnologico e di innovazione dedicato alle Fonti di Energia Rinnovabile.
Secondo Legambiente non è immaginabile un futuro per una centrale a carbone di quasi cinquant’anni. E’ necessario che anche in Friuli Venezia Giulia si cambi rotta in materia di Energia e che vengano al più presto fornite chiare indicazione per la stesura di una Strategia Energetica Regionale (SER) che abbia come primo obiettivo di soddisfare la domanda di energia elettrica entro il 2050 con le energie rinnovabili, come sta avvenendo, ad esempio, in Germania o in Danimarca.

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