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Rigassificatori: nessun no a priori, ma dove, come e perchè

In questi giorni di freddo siberiano i due rigassificatori italiani attualmente operativi di Panigaglia (onshore) e di Porto Viro (offshore), non riescono a funzionare a causa delle avverse condizioni meteo (proprio quando si verifica il picco dei consumi di gas). Entrambi comunque sono normalmente sottoutilizzati. Il primo nei due anni passati ha sempre operato al 30-40% della potenzialità, il secondo presenta problemi persistenti di rilascio di schiume inquinanti. Si fa quindi ricorso agli stoccaggi della Stogit (98% Eni) e della Edison.

 

L’autorità dell’energia elettrica e del gas nel suo annuario puntualizza sulla necessità di ulteriori impianti di stoccaggio (p.e. riutilizzo di vecchi giacimenti esauriti di metano) per accumulare il gas in periodi di ridotti consumi (i contratti pluriennali take or pay costringono talvolta ENI a non ritirare le quantità comunque pagate perché non in grado di collocarle). Si fa sentire l’assenza di un piano energetico nazionale che inquadri le necessità reali, gli investimenti necessari, la scelta delle tecnologie e dei siti e le valutazioni dell’impatto dei singoli progetti e del piano nel suo complesso. E’ quindi evidente, in queste condizioni, che la tanto decantata flessibilità di approvvigionamento sul mercato del gas con i rigassificatori è una colossale presa in giro. Ed è ancora più evidente che in questo paese le multinazionali -senza Piano Energetico Nazionale (l’ultimo aggiornamento risale al 1985)- possono chiedere di realizzare progetti al di fuori di qualsiasi criterio programmatico.
Nelle annuali Offshore Technology Conference a cui partecipano centri studi di Imprese, ma anche dipartimenti universitari di ingegneria navale di tutto il mondo, è ormai assodato che gli impianti a terra ma anche le piattaforme in mezzo al mare sono retaggi tecnologici del pur recente passato.
Le soluzioni attuali, sia per motivi di sicurezza, sia per non intralciare i traffici portuali, sia per questioni economiche (tranne che nei paesi dove esistono incentivi statali insensati, come in Italia) convergono verso la rigassificazione on board su navi gasiere (proposte p.e. dalle ben note multinazionali Excelerate Energy e Höegh) in grado di trasportare fino a 260.000 metricubi di GNL e di scaricarlo in forma gassosa direttamente in rete, utilizzando le boe della norvegese APT o l’utilizzo di strutture galleggianti ancorate (Torp Sorgenia) o il riuso di vecchie piattaforme petrolifere.
Nelle navi GNLRV (RV sta per regassification vessel) l’impianto di rigassificazione (sostanzialmente uno scambiatore di calore) occupa uno spazio limitato sulla nave e può funzionare con acqua di mare o con i gas di combustione del metano di boil-off (gas che evapora dal liquido) dei serbatoi criogenici. Sono costruite nei cantieri giapponesi o coreani per conto delle multinazionali Mitsubishi, Samsung, Daewoo. Ci sarebbe forse mercato anche per una più dinamica Fincantieri.
Domanda obbligata: ma fosse effettivamente dimostrata le necessità di ulteriori impianti di rigassificazione perchè nessuna Istituzione propone a Gas Natural di modificare il progetto (visto che la bora soffia a più di 20 chilometri/ora e che il mare d’inverno può scendere sotto 5 gradi) accordandosi con altre multinazionali (p.e. Excelerate Energy con cui Legambiente ha dialogato e che ha dimostrato interesse a essere coinvolta, interesse che è stato segnalato alla nuova amministrazione comunale) puntando sull’alternativa delle navi gasiere EBRV, cioè quelle che rigassificano a bordo ancorate al largo, lontano dai centri abitati e che non vanno a interferire con i traffici portuali? E che permettono di risparmiare il territorio e la sicurezza dei cittadini che vi abitano e di rendere effettivamente meno rigidi i rifornimenti di gas naturale. Una grande multinazionale come Gas natural potrebbe optare per le tecnologie emergenti invece di proporre strutture superate ancorché sostenute dagli incentivi statali. Sarebbe una grande lezione di stile e di modernità. Ovviamente ci contiamo. Tanto più che il traffico di navi gasiere nella baia di Zaule impedirebbe, per motivi di sicurezza, qualsiasi altra navigazione secondo le norme della International Maritime Organization.


Legambiente Trieste