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Legambiente: la tutela dell'ambiente è occasione per scelte di equità e giustizia fiscale

Legambiente: la tutela dell’ambiente è occasione per scelte di equità e giustizia fiscale.
Il caso dei canoni di concessione per le acque minerali


Nel corso delle manifestazioni organizzate dall’associazione culturale Furclap “Acqua il grande dono” il presidente regionale di Legambiente Elia Mioni è intervenuto illustrando i contenuti di un rapporto dedicato al mercato delle acque minerali, ai costi delle concessioni, agli stili di vita.
Un dossier, in questi giorni di manovre e bilanci sia a Roma che a Trieste, che indica obiettivi concreti per reperire nuove risorse finanziarie, eliminare distorsioni nei mercati, utilizzare con giustizia ed equità la leva fiscale.
Il rapporto “Il far west dei canoni di concessione per le acque minerali” è stato realizzato negli ultimi due anni da Legambiente e dalla rivista Altreconomia.


I numeri di questo mercato sono da brivido: l’Italia ha un consumo pro capite di acqua minerale pari a 194 litri nel 2009: il doppio della media europea, il terzo nel mondo dopo gli Emirati Arabi ed il Messico.
L’impatto ambientale dell’intero processo è significativo: per la sola produzione nel 2006 si sono utilizzate 350 mila tonnellate di PET, consumate 665 mila tonnellate di petrolio, emesso gas serra pari a 910 mila tonnellate di CO2 equivalente.
Solo il 18% delle bottiglie viaggia su treno; solo un terzo delle bottiglie di plastica sono recuperate con la differenziata e avviate al riciclo.
Altrettanto interessanti alcuni numeri del ciclo economico: nel 2009 imbottigliati 12,4 miliardi di litri d’acqua, dei quali solo l’8% per l’esportazione; un volume d’affari di 2 miliardi e 250 milioni di euro costruito su 189 fonti e 321 marchi commerciali; 379 milioni di euro di pubblicità annua.
Il costo della materia prima acqua incide per il solo 0,6% sul prezzo del prodotto.
Come può accadere che un simile giro d’affari si crei su un bene pubblico – di grande rilievo e limitato, soggetti a usi plurimi – a partire da un costo così irrilevante della materia prima? E come può accadere in presenza di una rete capillare che porta in ogni casa la stessa risorsa a costi minori per il compratore/utente?
Accade perché manca una legge quadro statale. La Conferenza delle Regioni solo nel 2006 ha definito alcune linee guide in materia di concessioni ai privati, le Regioni si muovono in ordine sparso, con criteri e canoni svariati. E in questo quadro il Friuli Venezia Giulia si piazza a metà classifica perché se è vero che utilizza per stabilire il canone sia il criterio delle quantità imbottigliate che quello delle superfici di concessione, è altrettanto vero che ha stabilito i costi unitari più bassi.
“Una vicenda di grande attualità in questi giorni – afferma Mioni – che si riferisce a tre fattori: il recente referendum che ha dimostrato la grande attenzione popolare alla gestione delle risorse ambientali; la grave crisi finanziaria diventata ormai economica e sociale che riduce drasticamente la capacità di consumo delle famiglie; la necessità di mantenere servizi pubblici essenziali come ad esempio il servizio idrico integrato. Su questi temi – conclude Mioni, riportando la posizione dell'Associazione - Legambiente ritiene che un aumento generalizzato dei canoni di concessione per il mercato delle acque minerali, aumento che può essere coordinato dallo Stato ma che può essere realizzato dalle Regioni, e l’introduzione di criteri che favoriscano le scelte industriali sostenibili, possano realizzare sia obiettivi di riequilibrio di questo particolare mercato, sia il reperimento di risorse per gli investimenti, ad esempio nella gestione del ciclo dell’acqua che non siano solo a carico dell’utente come tariffa e del cittadino come tassa”.

Legambiente FVG onlus

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