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Per una nuova agricoltura: meno energia, più conoscenza

PER UNA NUOVA AGRICOLTURA: MENO ENERGIA, PIU’ CONOSCENZA
Ovvero come affrontare la transizione da un modello colturale inquinante e ad alto consumo energetico ad un modello sostenibile, biologico, aperto ai giovani e alla conoscenza.

E’ analisi condivisa, tra chi ha a cuore il futuro della nostra agricoltura, che il modello colturale della monocoltura maidicola è un modello superato, da archiviare.

Troppi danni ambientali, troppa dipendenza dagli input energetici sotto forma di concimi chimici, diserbanti, antiparassitari, grandi macchine; troppa distruzione di ambiente rurale, biodiversità, paesaggio; troppa disoccupazione e dipendenza dai mercati internazionali; troppa dipendenza da fattori esterni ed incertezza di reddito.
Gli addetti in agricoltura continuano a scendere (il recente cambio di tendenza è ancora troppo fragile per dire che sia affermato, per quanto auspicabile) e ormai rappresentano solo il 2,5% degli occupati in regione.

E’ evidente che serve un cambio di passo, un cambio di paradigma, così come serve negli altri comparti dell’economia, se vogliamo uscire dalla stretta di questa crisi, per ritrovare ragioni e modi di un’agricoltura più qualificata e sostenibile, autocentrata, organizzata in funzione dei consumi regionali, dei mercati locali, dei produttori locali, a basso input energetico e ad alto valore aggiunto ed occupazionale, ricca di conoscenza e innovazione; capace di coniugare antichi saperi e buone pratiche agronomiche, zootecniche, produttive; capace di ritrovare sé stessa e la propria ragion d’essere in sintonia con le esigenze di consumatori ed ambiente che vogliono e mandano, ognuno con i propri segnali e le proprie richieste, maggior attenzione e cura.
Ciò significa un’agricoltura biologica, a minori input energetici e a maggiori input di conoscenza, aperta all’innovazione e all’amore per il territorio, base fisica e biologica della bontà di ogni frutto e di ogni prodotto.
A questa agricoltura non serve la falsa scienza agronomica dei laboratori chimici e delle promesse a stelle e strisce; l’assioma di questi anni, produrre di più per guadagnare di più, è sempre e ancora vero? L’agricoltura degli ultimi 30 anni ha mantenuto queste promesse? Ha saputo garantire occupazione e reddito, al di là dei ricchi sostegni comunitari? No, purtroppo vediamo ogni giorno di più la precarietà nelle nostre campagne, le difficoltà a sbarcare il lunario, la difficoltà a trovare ordinamenti colturali in grado di reggere sul lungo periodo; la fragilità biologica, l’impoverimento ambientale.
I bravi agricoltori hanno capito e credono che così non si possa più andare avanti. Non è con gli OGM che si risolvono i problemi. Molti agricoltori americani stanno tornando al convenzionale perché non ci stanno più con i costi, strozzati come sono dall’esosità delle multinazionali.
Chi pensa che il Friuli possa diventare terra di conquista di Monsanto & C., dimostra di non aver capito niente di cosa vuol dire agricoltura oggi, agronomia e zootecnia amiche della terra e degli animali, economia rurale e montana fatte per la gente e per la terra e non solo per il mercato.
Con il PSR 2014-2020, la Regione sta per lanciare la parola d’ordine della Agricoltura conservativa: una pratica colturale già conosciuta all’estero e che parte dalla buona intenzione di ridurre le lavorazioni e di salvaguardare i suoli oltre che l’acqua; ma che non rappresenta un’inversione di tendenza circa gli input energetici e meccanici e gli ordinamenti colturali monoculturali prevalenti. E, al di là delle parole, la Regione deve dire se si continua con le monocolture estensive, se si continua con l’ettaro lanciato, con un colpo al cerchio (della produzione ad oltranza) ed uno alla botte (delle misure agro ambientali) per non cambiare niente.
Noi abbiamo un’altra prospettiva e vogliamo che la Regione, nel concreto delle misure che sta definendo, pensi a qualcosa di molto innovativo, che apra ai giovani, gli dia credito e speranza, ruolo e riconoscimento, che guardi all’agricoltura biologica, più che a quella conservativa, quale unica vera chance di rinnovamento e futuro.
Vogliamo allora lanciare a nostra volta una parola d’ordine: entro il 2020, vogliamo il 20% di colture biologiche in Friuli; chiediamo alla Regione di condividere questa prospettiva e di darle spazio e corpo nelle misure del PSR prossimo venturo, coraggiosamente e decisamente.
Se così sarà, le categorie produttive saranno con lei a trainare questo rinnovamento, ambientalisti compresi!

Emilio Gottardo
Legambiente FVG onlus

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